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Shekhawati Viaggi


Nel colore a Shekhawati

INDIA Il cuore del deserto del Rajasthan nasconde una regione piena di dimore completamente affrescate. Capolavori ingiustamente dimenticati

È lo Shekhawati, il Giardino di Shekha, dal nome del suo primo sovrano, il quattrocentesco condottiero rajput Rao Shekhai, una regione a forma di diamante nel nordest della "terra dei Raja" compresa tra Jaipur a sud, Bikaner a ovest e New Delhi a est, che conserva la più alta concentrazione di affreschi del mondo. Tutti dipinti sulle haveli, le sontuose dimore costruite dagli antichi mercanti marwari. Shiva in cartoon Dal nobile palazzo di Samode al villaggio di Ramgarh - passando per Sikar, Nawalgarh, Fathepur, Mandawa - per centinaia di chilometri pare di essere finiti in un cartoon coloratissimo, al di fuori del tempo e dello spazio, dove gli eroi della mitologia, Shiva e gli dèi hindu lottano, danzano, amoreggiano fianco a fianco con i cortei di elefanti, gli ozi dei raja, le vedute delle città indiane ed europee, gli oggetti-simbolo della modernità "esotica" e misteriosa (il treno, l'auto, il telefono) che arrivava fin qui agli inizi del '900 dall'Occidente. L'arte status symbol I marwari furono grandi mecenati dell'edilizia pubblica e privata nella loro terra.

Avevano accumulato grandi fortune durante il raj britannico mercanteggiando seta, spezie e oppio con le carovane che dalle coste del Gujarat si dirigevano a Delhi passando dal deserto del Thar, lungo il tratto sud della Via della Seta. Per mostrare a tutti la posizione economica e sociale raggiunta, donavano ai loro villaggi nello Shekhawati templi, chatri (cenotafi architettonici), baori (pozzi per l'acqua), dharamshala (caravan-serragli), gaushala (stalle per le vacche).



E, ovviamente, si facevano costruire -massimo status symbol in una società ancora contadina - case sontuose, a più piani, piene di cortili e stanze con raffinati intarsi di pietra, decori mandana (geometrie bianche realizzate con la farina di riso), e affreschi che coprono ossessivamente ogni parete. Oltre 2500 capolavori che oggi stanno sgretolandosi sotto la sabbia del deserto e svanendo dilavati dalle piogge monsoniche. Perché i proprietari attuali non abitano più qui, ma nelle metropoli indiane più industrializzate, a livello locale non ci sono soldi per manutenzioni e restauri in grande e la comunità internazionale, per ora, li ha dimenticati. Il monte Fuji immaginato Gli affreschi più antichi risalgono al 1750, i più moderni agli anni Trenta dello scorso secolo. La maggioranza è però stata dipinta tra il 1860 e il 1900. I soggetti sono i più vari e disparati. Nelle opere degli inizi, sacre e non, dominano i temi religiosi, soprattutto le avventure del dio latinlover Krishna: al Mohanial haveli di Jhunjhunu, è un autentico fumetto bucolico l'episodio del dio che ruba gli abiti alle gopi, le pastorelle mentre fanno il bagno nel fiume. In ogni villaggio si trovano scenette di vita quotidiana e di caccia della nobiltà dipinti con la minuziosa cura del dettaglio tipica della miniatura Moghul.



O episodi sacri del Ramayana. O, ancora, scene di sesso ispirate dal Kama-Sutra. Ma il capolavoro dello Shekawati sono le pitture più recenti. Dove tutto ciò che è dipinto è immaginato, mai copiato dal vero. Seguendo solo un'idea astratta questi gruppi di muratori-pittori hanno cercato di rappresentare il bello, il raffinato, il moderno, come poteva pensarlo chi non era mai uscito dai confini del deserto. Il committente marwari, infatti, che abitava in città e viaggiava per il mondo, al suo ritorno nell'haveli di famiglia chiamava a raccolta i suoi artigiani e raccontava loro per filo e per segno quel che aveva visto nei Paesi lontani. Gli riempiva la testa di meraviglie della tecnologia, di capolavori della natura, di eleganze occidentali. Poi li lasciava liberi di dipingere quel che avevano capito.



L'importante era che facessero della sua haveli la più bella e stupefacente di tutte; il denaro non era un problema. Il proprietario della "Biyani haveli" a Sikar, per esempio, la fece dipingere tutta di blu dopo aver visto la grazia delle porcellane cinesi. Ma anche, e soprattutto, perché il blu era uno status symbol: era un colore sintetico (mentre gran parte dei colori usati nelle haveli sono naturali, a base di ocra) importato dalla Germania a fine '800, e quindi molto raro e costoso. Altri mercanti, invece, per far parlare di sé chiesero ai loro affreschisti di rappresentare la contemporaneità.

E ancora oggi spiccano sui muri il telefono (alla Bansidhar Newatia haveli di Mandawa), la silhouette perfetta del monte Fuji coperto di neve (alla Bhartia haveli di Fathepur) o vedute di città europee come Venezia e Londra. Surrealismo per errore Cose mai viste comunque dagli abili artigiani del deserto. Che hanno creato errori di meravigliosa poesia come l'automobile che per il pittore della Ruia haveli di Ramgarh ha le ruote di fiori di campo. O il treno, forma flessibile adatta a essere usata per fare le cornici degli affreschi. O, ancora, l'aereo dei fratelli Wright (alla Newatia haveli di Mandawa) che può volare, secondo il suo artista, con una sola ala e uno dei due aviatori sospeso nel vuoto.